Torino
Torino è stata un anticipo. Ho lasciato Parigi con cognizione di causa per scivolare fino al cuore bianco della città magica. Via Accademia Albertina mi ha accolta, spalancandomi un vecchio portone screpolato. Sono salita al 4° piano ed ora mi bevo un caffè. Ascoltando Nicola Battisti, che è una persona riccia dagli occhi limpidi.
Ho ritrovato la mia vecchia città grigia, come l’avevo lasciata a mai più, ma piacevolmente e fortunatamente multiculturale. Con gioia, sono andata al supermercato asiatico di San Salvario e sono passata davanti ad una magnifica sinagoga. Mai vista prima. Neanche il polmone ebreo della città fosse soffocato da coltri di polveri spesse. La città evolve, aveva un gran bisogno di un’iniezione di culture altre, i bugianen mi sembrano di colpo più diluiti, e sanno di cumino.
Bene, spero che la settimana qui scorra quieta e che l’ustione che mi porto sulla pelle di viso e collo scompaia non lasciando ombre. Le olive mi aspettano a sud.
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Voglia di tornare a sud, in mezzo alle olive. Sono già di nuovo stanca di Parigi e me ne vado in anticipo, per ritornare tra un mese circa. Parto senza rimpianto, ma con due grandi bruciature sulla parte sinistra del viso e poi sul collo.
Ancora una volta, Parigi mi si è attaccata visibilmente alla pelle.
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Vado al vernissage di Giovanni, il primo al quale partecipi. Per l’occasione, ho comprato una bellissima gonna rossa e una maglietta da metterci insieme. Le ho fatte vedere a Giò con grande entusiasmo e ho scoperto che la gonna è in realtà una maglia. Beh, nonostante tutto, questa maglia mi ricopre ora le natiche arrivandomi fino alle ginocchia, dove potrò mettere monetine nelle tasche.
Direzione Abesses. Sono felice di rivedere Giò dopo lo stress di stamane.
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Avevo letto questo libro per il titolo, che trovavo molto indicato: si sposava perfettamente con le mie idee e le mie voglie e corrispondeva al periodo in cui facevo di tutto per poter partire e venire a Parigi. La Francia era per me un luogo fascinoso dalla lingua zuccherata mentre l’Italia non era che un posto dal quale partire.
Ora riscrivo a penna il titolo e lo riscrivo dalla Francia verso l’Italia e mi dà un certo brivido. Di consapevolezza senza dubbio.
Ho preso un numero indefinito ed elevato di metropolitane oggi. Sono tornata nella mia vecchia casa, ordinata e vuota e quindi molto diversa dal periodo nel quale la occupavo stabilmente. Ora sono sull’ultima metro e non vedo l’ora di essere nel letto, un letto che avevo trasportato con il camion del set cinematografico.
I ricordi riempiono ogni mio respiro.
Ma Parigi, pur riempiendomi gli occhi, non mi tocca più il cuore.
La vita, allora, per me, non batte più qui ma altrove.
8 minuti alla prossima metro.
Ho deciso che cercherò di stressarmi il meno possibile. Non ne vale davvero la pena, sennò, di essere qui.
Stamane avevo tanti pensieri. Ora si sono ridotti. Pensavo all’aria, nel letto.
Nella stanza di Giò si dorme davvero bene. Lo specchio che ha fatto sul muro è molto bello. Pieno di frammenti che sembrano entrarti negli occhi. Avevo scritto un racconto, “Microframmenti”, che è andato perduto. È rimasto nello specchio spezzato di Giò.
4 minuti alla prossima metro.
Pensavo alle salsicce appena cotte che ho mangiato ieri sera da Kat scottandomi l’indice e il pollice. Avevo fame ed ero seduta con Sylvie e Hélène. Mi sono sentita bene, lontano da tutto, più al centro di me stessa e di ciò che mi va di essere e di pensare. Essere al centro di me stessa non l’ho cercato. E venuto da solo.
E irradio intorno a me questa posizione spontanea.
La metro è arrivata e io vado a Châtelet. Poi Hôtel de Ville. A Parigi sono a casa.
Ma sento che è meglio scasare.
[continua]